IL CIGNO DAL VELO D’ALGA

9 Marzo 2026 / Lascio parlare le parti

È un cigno in riva al lago, accoccolato, un pò sciolto, il collo ripiegato e lungo, le penne stanche e bagnate. Sa cosa dovrebbe ma poi non sceglie e preferisce nascondere il becco sotto l’ala destra. Ora l’arancio della cheratina non si vede più. Dove inizia? Dove finisce?

Io non so più di che parlare, come mangiare digerire o digiunare. Dov’è che si scorre per il mare? Non ho chiesto a nessuno questo, ma l’ho chiesto solo a me. La pancia è gonfia e le ali pesano. Mi domando la ragione del mio stare attorcigliato.

Prima di fare un qualsiasi passo guarda prima da una parte e poi dall’altra. È un fatto automatico, una sicurezza necessaria perché la fiducia nel prato, nel lago e nel mondo è tutto. Sa parlare solo in maniera cheta, quasi imperturbabile, e mai mentre cammina. Parlare è un atto intimo così distante dall’intrattenere. La voce viene dal petto, basso, candido, bianco, piumato.

Ovunque vada, guardando prima da una parte e poi dall’altra, profuma di alghe e rose; soprattutto quando nuota. Quando nuota, sì. Com’è libero lì, il signorotto. Lì a nuoto, a galla, non si rimangia nulla, dice tutto e non si inganna. Lì a nuoto, a galla, il becco di cheratina arancio lo fa vedere tutto. Sul prato no: troppo verde, poco blu e senza pesci.

Così libero quel cigno era un manto di grazia; e quel primo velo sotto agli occhi era bellissimo.

Un giorno, poco dopo l’alba, il cigno si immerse come al suo solito nel lago. La fiaba vuole che da quando è grigio, per ogni immersione c’è sempre un pesce catturato; a volte per maestria, altre invece per fortuna, ma sempre, sempre, sempre una vittoria senza inganno. Quel giorno si immerse pensando al mare e per errore strappò un’alga scambiata per pesce.

Non ho chiesto a nessuno questo, neppure al mare!

E il cigno rimase di quell’idea, senza dire nulla a nessuno per non scatenare un putiferio. Proseguì i suoi giorni con il velo d’alga sopra il becco. Non disse più nulla sul prato e continuò a guardare prima da una parte e poi dall’altra. Oramai ne era certo, il prato era meschino, verde e poco sicuro; il mare invece era amato perché grande e vasto; il lago pure, anche se più intimo.

Il cigno si domandò la ragione del suo stare.

E perché, tra lago e prato, continuasse così ad amare il mare.

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LA BELLA DI RESINA E AMIANTO