LE FRAGOLE SULLA SCOGLIERA

7 Maggio 2026 / Da Blagaj a Medjugorie, infine Inis Mór

Le pietre sono strane qui.
Questo è il pensiero più onesto di oggi.

Su questa scogliera ho di nuovo quella sensazione di aver calpestato troppa realtà attorno a me, e me la porto in salita appiccicosa sotto i piedi.

Ogni passo tra le pietre è un luogo dove niente si vuole staccare per andare avanti e dove tutto tira.
Perché è più facile continuare a tirare che mollare la presa e dire: amore, libertà, mi arrendo!

Fu da allora, quella strana prima volta nelle terre di Mostar, che quella troppa realtà mi prese tutta, rimanendomi addosso contaminata con grande quiete. Me la portai dietro senza accorgermene per diversi anni sotto le suole, poi me le bucò e si rampicò, inerpicandosi oltre le mie gambe, il bacino, il petto, le braccia, e tutta la gola, fino a innervare la testa e il viso.
Da una realtà piatta sotto le piante dei piedi, un pò invisibile e sottomessa, divenne una realtà impattante che mi rivestì tutta.

E in un solo giorno mi contaminò.
In un solo giorno si compenetrarono due vie, due culture, due religioni, due pelli, due sguardi.
Ora su questa scogliera lo ricordo vividamente, perché quello che vidi con te quel giorno, non lo vidi con nessun altro.

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Le pietre sono strane qui.

Ci si tolgono le scarpe: tu sui tappeti, io sulle rocce rosse. Poi si cammina e si incontrano vari pellegrini: tu nel cambio stanza, io tra una stazione e un belvedere.
Entrambi, abbiamo il capo coperto.
Se tu preghi a terra cantando, io cammino in silenzio sgranando la via.
Se i tuoi piedi affondano nel soffice ricamo, i miei callosi levigano la strada per gli altri.
Ma ad entrambi, amore mio, ci viene chiesto di lasciare alle spalle l’identità di fronte ad Allah e Dio.

La mia collina era di Pashmina, la tua Blagaj sapeva di rosa.
Il nostro fu un incontro fulminante a metà strada tra la Tekjia e Medjugorie. Un bar in cima al monte con le tovaglie a quadri rossi e un vento turco. Tè caldo alla menta, e qualche dolcetto per ricordarci: la vita è amara, ma di fronte ai Grandi ti viene servito il dolce.
O miele di melagrana.

Strano incontro il nostro.
Un chiasmo di sguardi che invertì le nostre fedi.

Pagani e cristiani, musulmani e sufi. Tutti guardano il cielo nel tornado e venerano altri oltre se stessi, danzando, suonando o recitando.
È proprio vero che abbiamo bisogno di qualcun’altro per capire chi siamo, che sia un Dio o un amore. E quando lo trovi grande, vuoi che quel giorno rimanga tale per sempre. Immacolato e dai 99 nomi.

E cosi fu il nostro, in uno sguardo un banchetto colmo di racconti e miti che narrano di altri che venerano altri ancora; due credenze strette e obbligate, mentre tu ed io con gli occhi sgranati a mescolarci e promettere ciò che non avevamo ancora conosciuto: il mondo intero.

Di quelle realtà incrociate dopo il nostro incontro, avrei davvero voluto farci un vestito per entrambi.
Ora è solo una storia tra lokum e burek. Ora è solo Una.

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Quel che accade ora, dopo tutti questi anni, è che vorrei continuare a calpestare pietre appiccicose, tirare altro di te e non mollare la presa.

Perché è più facile tirare che mollare la presa e dire: amore, libero, mi arrendo!

È quel che faccio da qui, lascio parlare il rumore bianco di questa scogliera.
Io rimango qui, con le fragole in mano, un po' storta, forse libera, rigida, amante, viziata, codarda a guardarti negli occhi mentre cali ancora una volta oltre l’orizzonte. Ti tuffi nel mare e tutto piano torna di nuovo notturno.

Fragole come fiaccole per i vivi, gli amanti e gli addolciti.
E per gli addii
, che io lo so, anche dopo anni in un solo sguardo, son temporanei.

Fragole granate su questa scogliera come un poutpourri di tempeste per terrestri.
Fragole appannate con quei cappellini verdi a stella che rassicurano e pungono.

Non so come faccia la scogliera a ripulire sempre tutto; non so come non si faccia a salpare in due per avere altre storie da raccontare.
L’unica cosa che invece so è come parlare all’acqua tramite il vento di quassù.
Che lascia il tuo sapore sempre più intenso in questo mare contaminato, un déjà vu.

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Cara scogliera, mi rivolgo a te perché sei degna figlia e madre di altezze e profondità. Mi rivolgo a te perché sento di averlo lasciato scivolare dalle mie dita e ora cade giù ai tuoi piedi. Non ho altro da offrirti per osare con altro coraggio, per andare avanti oltre i limiti. Non ho niente di più caro oramai se non il mio nome. Ora solo vento, qui in alto su di me.

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IL CIGNO DAL VELO D’ALGA